Discorso di Cesa-Unione di Centro – Consiglio nazionale UDC: il discorso di Lorenzo Cesa

Unione di Centro – Consiglio nazionale UDC: il discorso di Lorenzo Cesa.

Care amiche, cari amici del Consiglio Nazionale,
buongiorno a tutti e grazie per essere qui oggi.

Normalmente dovrei cominciare a sviluppare il mio intervento partendo dalla situazione politica nazionale per poi arrivare alle questioni più interne al nostro partito.
Oggi però intendo rovesciare questa scaletta e comincerò subito parlando di noi, del partito e dell’intenso programma di lavoro che dovremo portare avanti insieme nei prossimi mesi.
Le elezioni europee di primavera sono davvero dietro l’angolo, molto più vicine di quanto sembri.

Saranno elezioni importantissime non solo per il significato politico che rivestono per l’intera Europa, ma soprattutto perché il quadro politico italiano sta cambiando e la foto che uscirà da quel risultato elettorale sarà una foto molto più attendibile, molto più utile ad interpretare il futuro, di quella sfocata e indecifrabile, uscita dalle ultime elezioni politiche.
Ecco perché noi dobbiamo arrivare assolutamente preparati a quell’appuntamento.
Penso che siamo tutti pienamente consapevoli che si tratta di elezioni che non possiamo e non dobbiamo sbagliare per noi e per l’Italia che oggi ha davvero un grande bisogno di trovare punti di riferimento solidi e stabili.

Ricordiamoci che da sempre il nostro Paese ha potuto puntare a occhi chiusi sull’area moderata per trovare un po’ di stabilità. I moderati sono sempre stati un porto sicuro per trovare riparo e buona politica, politica di buon senso nei momenti di difficoltà.

Ma in questa fase così complessa della politica italiana l’area più in movimento, vorrei dire perfino la più frizzante, e dunque per molti aspetti sicuramente anche la più interessante, ma anche la più complessa per ora, è proprio l’area del centro, dei moderati.
Ecco perché per tornare ad attrarre voti e ad essere un porto sicuro per la maggioranza degli italiani, quest’area adesso deve rapidamente trovare il suo nuovo assetto. Deve riprendere a parlare ai cittadini mostrando di avere un progetto, un orizzonte, delle idee precise.
Un progetto che tenga unita l’Europa e la rilanci, un progetto per tornare a crescere in Italia e per ridare una prospettiva a questo Paese, ai suoi giovani, alle sue imprese, un progetto per l’assetto politico e istituzionale che vogliamo darci per i prossimi anni.
Il primo passo, indispensabile per noi, avendo di fronte questa scadenza e questi obiettivi, è celebrare il nostro congresso nazionale.

Per questo propongo al Consiglio Nazionale dell’Udc, di fissare la data del nostro prossimo congresso nazionale per il 29 e 30 novembre.

E’ un appuntamento che dobbiamo preparare al meglio. E quindi nelle prossime sei settimane organizzeremo 4 o 5 assemblee interregionali con tutti i nostri quadri e dirigenti sul territorio, da nord a sud, alle isole, per discutere i temi che andremo a sviluppare in sede congressuale.
E terremo anche un’assemblea con tutti i nostri amministratori locali, sindaci, consiglieri comunali, provinciali e regionali per rendere ancora più efficiente e coerente la nostra azione sul piano nazionale ed europeo con l’azione dei governi locali.
In vista degli appuntamenti che ho appena elencato, nei prossimi giorni istituiremo anche due gruppi di lavoro.
Uno si dedicherà all’organizzazione delle assemblee interregionali e del congresso.
Mentre il secondo studierà la riforma dello Statuto del partito che il congresso sarà poi chiamato a esaminare e votare.
Si tratta di un percorso molto intenso ma necessario per avviare un progetto nuovo e ambizioso come quello a cui abbiamo cominciato a lavorare negli ultimi mesi. Il progetto di realizzare il Ppe italiano.

L’ho detto molte volte e ne sono sempre più convinto: il nostro futuro è lì, in un partito più grande e capace di andare oltre i confini di uno Stato.

Gli Stati da soli non sono più in grado di affrontare i problemi della globalizzazione, la concorrenza dei paesi emergenti dell’Est asiatico.
Non hanno la massa critica sufficiente per recuperare quote di mercato, per garantire alle prossime generazioni il benessere che i nostri padri e i nostri nonni hanno assicurato a noi.
Mentre, al contrario, gli Stati che si rinchiudono finiscono con il diventare sempre più poveri, sempre più impauriti e vedono crescere al loro interno le forze antieuropeiste, antieuro, i populisti, le forze xenofobe.
E’ così in molti Paesi dell’Est dell’Unione Europea, ma è così anche in Italia dove il populismo a destra prima e con Grillo poi ha fatto e sta facendo danni enormi.
Ed è così, ne abbiamo avuto notizia nei giorni scorsi, anche in Francia, dove la destra populista e xenofoba di Marine Le Pen sta crescendo in modo molto preoccupante, alimentata dalla crisi e dall’incapacità cronica della sinistra di presentare ricette adeguate per uscirne.
Ecco allora che siamo davvero davanti a un bivio.
Se non si costruisce un fronte moderato, riformatore, capace di tornare a parlare al ceto medio, al mondo dell’associazionismo, alle imprese, noi davvero finiremo con il chiuderci dentro i nostri confini, sempre più impauriti, sempre più egoisti, mentre il mondo va avanti senza di noi.
Bisogna fare massa critica allora.
E per farla in Europa serve un Ppe sempre più forte, un Partito Popolare che torni ad essere il motore dell’integrazione europea, di politiche economiche e fiscali che puntino ad una crescita forte, duratura ed equilibrata.

Perché vorrei che fosse chiaro anche agli amici tedeschi, che tutti gli studi economici che fanno previsioni sui prossimi anni sono concordi nel prevedere che nel G8 fra poco non ci sarà più nemmeno un Paese europeo.
Per quanto la Germania cresca, mentre noi torniamo indietro o stiamo fermi, nemmeno loro sono in grado di reggere il ritmo degli altri Paesi emergenti e fra poco sono destinati ad uscire anche loro dal club dei grandi.

I tedeschi, e noi con loro, hanno una sola possibilità per rimanerci: rimanerci tutti insieme.

Non più come singoli stati. Ma come Europa.
Una nuova Europa unita politicamente in uno Stato federale.
Con una sola politica economica oltre che monetaria.
Una sola politica estera.
Una sola politica di difesa.
Stiamo assistendo tutti in questi giorni al dramma spaventoso dei disperati che vengono a morire nel nostro mare per scappare alla fame.
Quello non è un problema solo italiano.
E’ un problema europeo.
Non possiamo più permetterci di avere 28 politiche diverse sull’immigrazione, 28 approcci diversi ad un problema che è uguale per tutti e 28.
Perché è vero che le carrette di disperati sbarcano – quando ce la fanno – sulle nostre rive dell’Europa meridionale.
Ma poi quei disperati si distribuiscono in tutta Europa per raggiungere amici, parenti, posti di lavoro.
E allora anche noi italiani forse dovremmo smetterla di litigare perfino sui morti ripetendo lo spettacolo indegno del peggior bipolarismo, di quelli che si piazzano di qua o di là e passano il tempo ad insultarsi anziché a cercare soluzioni ai problemi. Anche quando i problemi sono sottili come la differenza tra una vita e una morte di un essere umano disperso in mezzo al mare.

Ci vuole il coraggio di dirlo: la lite sulla Bossi-Fini è una falsa lite. E’ un’inutile, l’ennesima sceneggiata che non ha rispetto per queste persone.

Il problema è molto più serio e più importante di una legge nazionale e richiede soluzioni a livello europeo.
Poi noi, come italiani, è chiaro che dobbiamo fare la nostra parte.
Abbiamo visto tutti in questi giorni le immagini dei cadaveri in mare, ma anche dei superstiti che sono finiti nei centri di accoglienza.

E le condizioni in cui li abbiamo accolti non sono degne di un Paese civile. Questo è il punto.

Ed ecco perché, insieme ad un Ppe forte, capace di fare massa critica in Europa per cambiare l’Europa ed unirla, è necessario costruire un Ppe italiano forte, che faccia massa critica in Italia mettendo insieme i moderati, le donne e gli uomini che preferiscono il buon senso alle risse per essere protagonisti di questo percorso fuori e dentro i nostri confini.
Noi siamo convinti che ci sia uno spazio enorme per realizzare questo progetto.
E’ uno spazio che inevitabilmente si sta aprendo con tutto quello che è accaduto e sta accadendo dentro il Pdl, che attraversa un travaglio profondo che rispettiamo ma che solo gli esponenti del Pdl stesso possono superare. C’è Alfano e c’è la Santanché, c’è Lupi e c’è Capezzone. Noi speriamo che prevalga chi vuole rimanere in Europa. Ma la partita devono vincerla loro.
Non possiamo certo farcene carico noi.
Nostro compito semmai, intanto, è preparare il terreno, essere quello che ho ripetuto spesso negli ultimi tempi: il lievito del nuovo partito dei moderati, il mattone indispensabile per realizzarlo.
E non c’è solo il travaglio del Pdl ad aprirci questo spazio.
C’è anche la collocazione sempre più netta di Renzi a sinistra.
Renzi si prepara ad occupare il suo campo, ed è giusto che sia così. E la dimostrazione arriva dalle aperture sempre più convinte che gli arrivano da Vendola.
Ma a maggior ragione noi dobbiamo pensare al nostro campo, a quello moderato.
Costruendo il nostro domani ma continuando ad essere protagonisti dell’oggi.
Che tradotto in termini molto espliciti significa continuando a sostenere con convinzione e lealtà il governo Letta.
Aiutandolo a diventare ancora più forte e incisivo nella propria azione.
Noi siamo orgogliosi di quello che abbiamo fatto in questi mesi a favore del governo delle larghe intese.

Perché lo abbiamo fatto per l’Italia, per il nostro Paese.

Questo è un Paese che ha bisogno di stabilità.
E se il governo è uscito più forte e più stabile dal confronto sulla fiducia dei giorni scorsi è anche molto merito nostro.
Non abbiamo cercato la ribalta per questo ma posso assicurarvi che abbiamo lavorato giorno e notte per arrivarci.
Adesso è necessario che questa forza si traduca in atti, che si cominci a guardare avanti e a mettere in fila problemi e soluzioni.

Chi pensa di riportarci sempre al passato, come con la polemica infinita, ormai insopportabile, sull’Imu, non vuole il bene del Paese.

Quello sull’Imu è un impegno preso all’atto della nascita di questo governo e va mantenuto.
Ci sarà la service tax che costruirà il nuovo perimetro della fiscalità locale. Bene, prendiamone atto.

Ora il tema è approvare bene e subito una legge di stabilità che affronti i problemi più urgenti.

A cominciare dalla riduzione del cuneo fiscale per le imprese e i lavoratori.
Oggi in Italia si pagano tasse sul lavoro che nessun altro cittadino europeo paga.
Se vogliamo tornare a crescere dobbiamo restituire potere d’acquisto ai lavoratori e alle loro famiglie e liquidità alle imprese.
E per farlo dobbiamo liberare una cifra consistente.
I pannicelli caldi non servono, anzi creano solo ulteriori scompensi nel bilancio pubblico.
E poi c’è il tema della giustizia e delle carceri su cui il presidente Napolitano e l’Europa ci hanno richiamati ancora una volta a non far finta di non sapere che stiamo violando i più elementari diritti umani.
La realtà è molto semplice: non possiamo tenere in carcere più di 65 mila persone se c’è posto solo per 45 mila.
Il Parlamento faccia il suo dovere fino in fondo, anzi approfitti di questa fase straordinaria di larghe intese per trovare un punto d’incontro non solo sull’amnistia, ma anche su una riforma della giustizia che da anni viene annunciata da tutti e poi non si fa mai.
Sarebbe l’ennesima occasione persa svuotare le carceri senza creare le condizioni perché non tornino a riempirsi, ovvero accelerando i processi, depenalizzando i reati meno gravi, smaltendo l’arretrato, compreso quello in ambito civile.
Altrimenti anche l’amnistia non è una soluzione ma solo un modo per rimandare ancora una volta i problemi in avanti.
E se poi Grillo vuole continuare ad urlare lo faccia pure.
Qui non si tratta di regalare salvacondotti a nessuno, ma di fare il bene del Paese e degli italiani, di tutti gli italiani, perché anche chi vive in condizioni indegne nelle carceri è un cittadino che deve essere pienamente rispettato.

Grillo urli pure dunque.

Fra poco credo che ad ascoltarlo rimarrà solo Casaleggio.

E Renzi, bisogna dirlo, con la posizione che ha preso, non si è dimostrato molto diverso da Grillo. Il Paese non ha bisogno di altro populismo, di un altro politico che sceglie che posizione tenere sulla base dei sondaggi. Da chi si candida a guidare il partito più grande che sostiene il governo Letta ci si attende sostegno al governo, rispetto e attenzione ai messaggi del Capo dello Stato. Il bene del Paese viene prima dell’ambizione personale. Mentre uscite come quella di Renzi dell’altroieri fanno pensare il contrario.
E poi facciamo una volta per tutte la legge elettorale. Non aspettiamo che sia la Corte Costituzionale ad intervenire al posto della politica.
Il Porcellum va cancellato e sostituito con una legge elettorale che restituisca potere di scelta dei propri rappresentanti ai cittadini e garanzia di formare un governo stabile a chi vince le elezioni.
Questo è il lavoro che ci attende al Governo, in Parlamento e nel nostro partito.
Ed è un lavoro che dobbiamo portare avanti su tutti questi fronti.
Chiudo tornando al tema chiave di questo nostro Consiglio Nazionale e dei nostri prossimi incontri, compreso naturalmente il congresso.
Il Partito Popolare Europeo in Italia.
Mi pare legittimo che qualcuno si chieda: ma con chi lo volete fare?
Con tutti coloro che si riconoscono nei valori del Ppe.
Da tempo è iniziato un cammino in questa direzione con tanti altri in Scelta Civica.
Sappiamo che molti nel Pdl e anche nel Pd guardano a questa prospettiva nella consapevolezza che non ce ne sono altre più serie e utili all’Italia.
Ognuno di loro si prenda il tempo che ritiene necessario, rifletta, decida quando sarà il momento adatto per lui.

Ma noi intanto abbiamo il dovere di andare avanti.

E andiamo avanti facendo appello da subito a tutti i moderati, a tutti i democratici cristiani, a tutti i riformatori di centro ad impegnarsi insieme noi nella costruzione di questa nuova casa comune.
Ci vuole entusiasmo.
E noi, possiamo rassicurare tutti, ne abbiamo perché finalmente stiamo per costruire la nostra casa.
Ci vuole passione politica e a noi non è mai mancata.
Ci vuole coraggio e credo che dopo le rinunce che abbiamo saputo fare negli ultimi anni tutti ce lo debbano riconoscere.
Ma ci vuole soprattutto amore per il proprio Paese e per l’Europa.
E noi, in ogni momento difficile della storia di questo Paese, dai tempi della Democrazia Cristiana per chi come me ha avuto la fortuna di viverli, ai tempi del Ccd, fino a quelli dell’Udc, abbiamo dimostrato con i fatti cosa vuole dire amare l’Italia e l’Europa, saper rinunciare a posti facili e importanti per seguire i propri ideali, per non rinunciare ai propri valori.
E dunque dimostriamolo ancora una volta tutti insieme, uniti e convinti.
Facciamolo nelle prossime assemblee, in Parlamento, nei consigli comunali, provinciali e regionali.

Dimostriamolo con un grande congresso il 29 e il 30 novembre prossimi. Regaliamo all’Italia e ai nostri figli una prospettiva nuova e vincente.

Quella di un’Italia che torna a guardare al futuro e di un’Europa che torna ad essere protagonista nel mondo.

Il momento è questo.
Grazie a tutti allora davvero di cuore. E buon lavoro.

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