L’illusionismo padano Fenomenologia socio-culturale di un partito tribù che voleva cambiare il Nord distruggendo l’Italia: due saggi analizzano la storia di un fallimento

L’illusionismo padano
Fenomenologia socio-culturale
di un partito tribù che voleva cambiare il Nord distruggendo l’Italia: due saggi
analizzano la storia di un fallimento
Come disse Davide Boni, vicesegretario al tempo del Senatùr: «Siamo un movimento piramidale, quello che decide Bossi è legge per tutti. E in questo senso, siamo un partito leninista»

Il vecchio leader, Umberto Bossi, ha avuto tre vite. La prima è stata uno spasso, la seconda un trionfo, la terza una tragedia. La sua passione è sempre stata quella di raccontare frottole
di Giancristiano Desiderio

Il regno di Umberto Bossi politico – già barista, fattorino, installatore di antenne, impiegato all’Aci, supplente, infermiere, finto medico, cantante – è durato un ventennio. È iniziato dicendo nel 1989: «Avrete la forza di dire no ai soldi e alle poltrone?». È finito con Francesco Belsito e la cartellina The Family: «Gli manteniamo moglie e figli. Se lo sanno i militanti è finito». Un parabola disastrosa, un Cerchio magico diventato maledetto. L’uomo che ha contribuito in modo determinante a spazzare via la corrotta Prima repubblica ha chiuso per sempre anche la storia della Seconda repubblica finita, come la sorella, nella corruzione. È stata la storia di una piccola grande illusione e lui, Umberto Bossi, è stato l’illusionista.

Pino Corrias, Renato Pezzini, Marco Travaglio raccontano l’ascesa e la caduta del Bossi nel libro L’illusionista (Chiarelettere). Ne raccontano la storia in modo così asciutto e crudo da essere persino crudeli. Ma i fatti, per come li conosciamo, danno loro ragione: tutta la storia della Lega Nord, partita da un problema reale – la questione settentrionale e l’assenza di uno Stato – e continuata con una soluzione sbagliata – prima la secessione quindi il federalismo – è la storia di un bluff. Una volta scoperto nel modo così clamoroso, una volta che ha mostrato il baratro, una volta scoperti gli altarini e il Grande Fallimento, la storia della Lega è finita ma così finita che il tentativo di Roberto Maroni di rianimarla è patetico. In fondo, se Maroni avesse sostituito Bossi quando era il momento e non quando è crollato giù tutto, forse, la Lega si poteva salvare e con essa si poteva salvare la decenza. Invece, Maroni è sopraggiunto quando tutto era compiuto. Ma se così non fesso stato, la Lega non sarebbe stata la Lega: un partito tribù che dipendeva totalmente dal suo capo. Come disse Davide Boni, vicesegretario nazionale della Lega al tempo di Bossi (ora non so): «Siamo un partito fortemente piramidale, quello che decide Bossi è legge per tutti. E in questo senso siamo un partito leninista».

C’è un altro libro sull’avventura della Lega. S’intitola Lega e Padania ed è scritto da Gianluca Passarelli e Dario Tuorto (Il Mulino). È un viaggio nelle storie e nei luoghi delle camicie verdi nel tentativo di capirci qualcosa di più e di meglio del fenomeno leghista. Però, alla fine – anche se il libro è uscito prima della fine – si va a finire sempre lì: Umberto Bossi. Si giunge a questa conclusione: le vicende della Lega e del suo fondatore sono praticamente sovrapponibili, tanti che i militanti e i “quadri” riferiscono chiaramente che “quando parla Bossi è come se parlassi io”. Vi è – vi era – dunque una completa identificazione tra gli elettori e il loro Capo. Ma in questa completa identificazione che cosa c’era? Che cosa si voleva? Tutta la storia della secessione, della Padania, del dio Po, dell’ampolla che cos’è se non una cosa che non esiste? Un’illusione, appunto. Bossi ha somministrato al suo “popolo” un’illusione e tutti insieme – quattro, cinque, sei milioni di elettori e più – si sono messi dietro a un’illusionista. Bossi era arrabbiato e anche loro lo erano. Bossi rivendicava e anche loro rivendicavano. Bossi alza il dito medio, faceva il gesto dell’ombrello, ce l’aveva duro e anche loro alzano il dito medio, facevano il gesto dell’ombrello, ce l’avevano duro. E tutte queste scene da paese o da reality show sono state chiamate “politica”.

Umberto Bossi ha avuto tre vite. La prima è stata uno spasso, la seconda un trionfo, la terza una tragedia. «Io vengo dalla gavetta – diceva un tempo – sono un uomo di strada e viaggio in groppa come i miei avi, con la carne cruda tra il sedere e il cavallo». Questa visione illusoria delle cose Bossi l’ha sempre avuta. Ha sempre raccontato storie, bugie, frottole e si è sempre divertito a ingigantire le cose. «Basta! È il momento di liberare la Lombardia dalla vorace e soffocante egemonia del governo centralista di Roma ladrona!». Questa lotta contro il governo centralista è una sua invenzione: senza questa invenzione della calata dei barbari su Roma ladrona non ci sarebbe stata la Lega che è – era – il partito più mitologico che ci sia mai stato in Italia. Non un partito ideologico – questo ruolo spetta al Pci – ma un partito mitologico in cui tutto appare contemporaneamente finto e vero. Bossi ha inventato un territorio da difendere e uno da sconfiggere: il primo immaginario, la Padania, il secondo tanto vero da coincidere con lo Stato unitario. La lotta e la missione che ha attribuito a se stesso e ha trasferito al popolo padano – altra entità inesistente – è stata la controstoria nazionale: la fine dell’unità della nazione italiana. Il suo avversario era la partitocrazia della Prima repubblica, quella che ancora si poteva racchiudere in una formula come il Caf: Craxi, Andreotti, Forlani. Contro la partitocrazia c’era rabbia, rancore, odio e Bossi ha raccolto a mani basse tutto il risentimento possibile contro i partiti e le tessere e i lorsignori della Prima repubblica e in questa lotta titanica si è scelto il ruolo di Attila o quello di Davide contro Golia e la sua battaglia persa è piaciuta proprio perché è sembrata impossibile e illusoria. La cavalcata di Bossi e del leghismo è stata inarrestabile. Elezione dopo elezione, dai 186.255 voti raccolti nel 1987, passando ai 3,4 milioni del 1992, fino ai quattro milioni e rotti del 1996, Bossi ha trasformato quel primo movimento di eccentrici, fabbricato con gli scampoli del vecchio autonomismo regionale, nel più dinamico tra i nuovi partiti della Seconda repubblica e il quarto per consistenza numerica. Capace di diventare la compatta colonna della destra di governo, la dura guarnigione della protesta al Sistema e infine il caposaldo del berlusconismo trionfante – anni 2001-2006 – che è stato insieme l’apogeo della sua storia e l’inizio del declino.

E l’inizio del declino ha un momento preciso. Quando nella notte dell’11 marzo 2004 Bossi perde conoscenza. È portato d’urgenza all’ospedale di Circolo di Varese e qui si fa la diagnosi: scompenso cardiaco. Ventuno giorni di coma farmacologico, cinquanta di terapia intensiva e tredici mesi di riabilitazione. Bossi prima della malattia e Bossi dopo la malattia sono due uomini diversi. Ora la sua vita non dipende più dalla sua vita. la sua politica non dipende più dalla sua politica. Aveva detto: «Mi ripugnano i comportamenti dei politici che fanno di tutto per favorire parenti e amici. È il caso di Craxi: ha fatto eleggere il cognato sindaco di Milano, ha piazzato un figlio al Psi milanese, ha fatto in modo che l’altra stipulasse un contratto miliardario con i soldi Rai. I casi di nepotismo sono innumerevoli, è una vergogna. La famiglia per me è una cosa diversa. Il porto sicuro, la roccia su cui costruire l’edificio della vita». Ma a schiacciarlo sarà proprio il Cerchio magico che gli stringe intorno per proteggerlo e curarlo, ma alla fine lo distruggerà politicamente e, forse, anche umanamente. Il cerchio diventa un cappio.

È a partire dalla malattia che il regno reale e immaginario di Bossi comincia a fare i conti con la realtà vera delle cose che si prendono la rivincita. Lo stesso Cerchio magico che lo difende ricava il suo potere dalla grande costruzione illusoria che Bossi aveva costruito. Ma quelle illusioni ora non hanno dietro di sé più quel matto che le sapeva costruire e padroneggiare e diventano realmente qualcosa che ambisce a sostituirsi alla realtà. Fino a quando nello scontro finale tra illusione e realtà, fatalmente l’illusione si dissolve. Il crollo sarà totale: perché nella fine delle illusioni finiscono anche le cose reali che pur c’erano: il popolo delle partite Iva, le aziende del Nord-ovest e del Nord-est, la questione settentrionale che si contrapponeva alla più annosa e storica questione meridionale e chiedeva di poter contare su uno straccio di Stato. Tutto finito.

Che cosa farà ora la Lega? Che cosa farà ora ciò che resta della Lega? Rifare la Lega senza Bossi è inutile. È illusorio. La Lega è all’opposizione e esalta le sue radici di partito anti-sistema, ricorre ancora al mito della Padania e il nome stesso di Padania ricorre, è citato, rievocato. A conferma della natura mitologica del partito inventato da Bossi. Ormai, però, si tratta di un mito stanco che non ha più il suo naturale nemico di un tempo: la Prima repubblica. Venti anni di storia non passano invano e, pur volendoli ignorare, non sono una “parentesi”. In quei venti anni c’è la storia dell’illusione della Lega e Maroni non può concedersi il lusso di ignorare quei venti anni nei quali anche lui ha giocato ruoli decisivi. La Lega, dunque, se vorrà sopravvivere alla fine del suo Illusionista dovrà cambiare pelle e diventare qualcos’altro. Dovrà con il tempo perdere la sua stessa natura “padana” e la sua stessa classe dirigente non dovrà più essere definita “padana”. Non è questione di alleanze o meno con altri partiti. Si tratta di dire il proprio nome e presentarsi con un’identità e degli obiettivi credibili. Un problema facile a dirsi e difficile a farsi

Il 1° luglio 2012, davanti ai 614 delegati che si guardano attoniti perché è Bossi che singhiozza al microfono, e dice: «Io sono il padre della Lega. Me ne vado per salvarla». Andando via non l’ha salvata. Se fosse restato non l’avrebbe salvata. Maroni, che non è stato capace di prendere per mano la Lega quando avrebbe dovuto, oggi dice: «La presidenza di Bossi? È un ruolo affettivo, non ha più nessun potere. È un riconoscimento alla sua storia». Ma le illusioni dell’illusionista continuano ad avere il loro potere. Maroni si sforza di spiegare che «riprenderemo il cammino tutti insieme». Ma è lui il primo a sapere che è una bugia. Il cammino della Lega è finito per sempre con la fine del cammino politico di Bossi: il suo padre padrone. Quella che è iniziata ora con Maroni, se è iniziata, è un’altra storia in cui la Lega dovrà guadagnare la sua normalità. Non c’è altra strada. Perché la sua diversità non esiste più. Era un’illusione.

19/10/2012
http://www.liberalquotidiano.it

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