La strategia della mosca cieca
di Errico Novi [08 settembre 2010]
Confusione mai così alta. Mai nella sua vicenda politica Berlusconi è stato così prigioniero dei dubbi e dell’insofferenza. I dubbi sul voto anticipato: nonostante il pressing di Bossi, il Cavaliere continua a frenare. L’insofferenza per l’autonomia politica conquistata e rivendicata da Fini a Mirabello: il premier vorrebbe castigarla con una sempre più improbabile deposizione dalla presidenza di Montecitorio. E anzi, si può descrivere il Berlusconi di queste ore intento a rigirarsi tra le mani l’attacco istituzionale a Fini come se la bizzarra iniziativa possa servirgli da diversivo. Utile a guadagnare tempo, a indirizzare comunque tutta la carica di aggressività verso il nemico riconosciuto, utile anche a contenere la voglia di urne della Lega e a giustificare la sostanziale frenata strategica davanti all’opinione pubblica.
Tutto resta però sul piano delle ipotesi. E anzi una delle poche certezze arriva da fonti del Quirinale nella tarda mattinata, quando si fa notare che «al momento non è pervenuta alcuna richiesta di incontrare il presidente». Certo è anche che Berlusconi e Bossi non demordono dall’intento di coinvolgere il Colle nell’attacco a Fini: «Ci sono dei contatti in corso», assicura il Senatùr. Ma è difficile immaginare che la missione dal Capo dello Stato possa produrre qualcosa. Anche per non restare con l’arma scarica in pugno, il premier riunisce i suoi a Palazzo Grazioli a pranzo. Con i fedelissimi, compreso l’ex colonnello di An Ignazio La Russa, ragiona sull’altra strategia antifiniana messa sul tavolo: l’aventino alla Camera. In pratica i parlamentari del Pdl comincerebbero a disertare prima la conferenza dei capigruppo, poi le commissioni (oggi riapre i battenti la Giustizia, con il processo breve all’ordine del giorno), quindi l’aula «fin quando Fini non prenderà atto della sua incompatibilità ». Al termine dell’incontro si decide di convocare per le 18 di oggi un nuovo ufficio di presidenza. È l’organismo dirigente del partito già utilizzato con Fini per espellerlo il 29 luglio scorso. Potrebbe diventare il luogo in cui il partito di maggioranza relativa decide una clamorosa ritirata delle sue truppe da Montecitorio. All’uscita da Palazzo Grazioli Gaetano Quagliariello parla di riunione «svolta in un clima ottimo, ottimo e abbondante », e annuncia l’aggiornamento delle decisioni alla riunione di oggi.
È nella diserzione di massa dagli scranni di Montecitorio che il Cavaliere spera a questo punto di trovare la chiave di volta per restituire il cerino nelle mani del rivale. Nella speranza di ottenere in un modo o nell’altro la sua cacciata. Circostanza che a giudizio del premier prosciugherebbe la pattuglia di Futuro e libertà, restituendo alla maggioranza i numeri sufficienti a proseguire con tranquillità. Perché dopo la cena di Arcore di lunedì sera con Bossi e gli altri leghisti, e visti gli ultimi sondaggi, Berlusconi è sempre meno affascinato dalla prospettiva di ripresentarsi agli elettori «a novembre», come Bossi continua a chiedere. «Silvio si rende conto ogni minuto che passa che un eventuale scioglimento anticipato rischia di fargli perdere per sempre Palazzo Chigi», confessa un berlusconiano doc, «sa che i numeri non ci sono. Lo ha detto anche a Bossi, gli ha fatto vedere le previsioni impressionanti che i sondaggi danno sull’astensione. Si vincerebbe alla Camera ma al Senato la maggioranza è un miraggio». Ma il presidente del Consiglio, aggiunge l’anonima fonte, teme ancora di più, se possibile, le trattative in corso tra i finiani e l’opposizione per trovare una formula condivisa sulla legge elettorale: «Quello lo angustia moltissimo. Eliminare le liste bloccate significa tornare ai collegi o al voto di preferenza, cioè consegnarsi al Sud nelle mani di personaggi poco raccomandabili, sostenuti dalla malavita, e al Nord lasciare spazio a un notabilato fatto da gente in grado finanziariamente di pagarsi la campagna elettorale, persone che una volta elette, dopo aver speso tanto, non obbedirebbero certo alle direttive di Berlusconi».
Ecco spiegate l’angoscia e la confusione di queste ore. Condizione che non riguarda Bossi. Lui ha idee chiarissime e preferisce «uscire dal pantano». Ne sapremo di più, dice il capo della Lega ai giornalisti, «dopo l’incontro al Quirinale». Meglio andare al voto «ma bisogna studiare la via con il presidente della Repubblica». Non esclude nemmeno di presentarsi al Sud, il Senatùr: «Tutto può essere». E in ogni caso vede «una finestra adesso che la situazione economica è tranquilla, perché Tremonti l’ha messa a posto». Certo, «dipende da Berlusconi se vuole andare a votare». E il Cavaliere non ci pensa, in questo momento. Ma la Lega continuerà ad insistere, con la prospettiva di trovarsi fianco a fianco con gli ex colonnelli di An. È sempre Ignazio La Russa a dire che «in Parlamento non basta una mera maggioranza numerica, ma ne serve una convinta, politica, che metta il governo al riparo dal pericolo di una destabilizzazione continua». Il ministro della Difesa, come Gasparri e Matteoli – che ieri ha presieduto un brevissimo Consiglio dei ministri – teme forse anche più di Bossi gli esiti di una graduale riapertura dei negoziati con l’ex capo. Sanno, La Russa e gli altri, che in un patto di legislatura con Fini sono loro quelli più esposti al pericolo di un «sacrificio diplomatico», visto che soprattutto nei loro confronti si concentra il risentimento del presidente della Camera. E sopprattutto, sanno che tenere in vita la legislatura consentirebbe a Futuro e libertà di rafforzarsi e prosciugare un po’ alla volta sia la componente ex aennìna dei gruppi parlamentari sia il consenso tra gli elettori di destra. Non basta a persuadere un presidente del Consiglio che solo qualche settimana fa avrebbe sottoscritto a occhi chiusi la fine anticipata della legislatura. Non a caso i finiani, soprattutto i più moderati, provano a insinuarsi proprio tra la determinazione della Lega e i rovelli del Cavaliere: «Bossi è disposto a buttare alle ortiche il federalismo per lanciare una Opa ostile sul centrodestra», dice per esempio Benedetto Della Vedova, «in cambio avrà 60 parlamentari in più. Berlusconi dovrebbe rifletterci. E poi», aggiunge il parlamentare di Fli, «non è così semplice ottenere le elezioni, così come non è certo che Berlusconi le vinca. E anche se le vincesse, avrebbe qualche problema del Senato». Perciò «gli conviene valutare la leale offerta di Fini di proseguire la legislatura».
È significativo che un discorso del tutto analogo venga proposto da Andrea Augello, il senatore, e sottosegretario, che nelle ultime ore ha fatto da mediatore tra Arcore e i finiani, due dei quali,Viespoli e Moffa, hanno incontrato il Cavaliere lunedì scorso. Anche Augello sottolinea il rischio di restare imprigionati nella strategia del Carroccio: «Credo che il Pdl abbia il dovere di fare fronte comune per arginare questa offensiva leghista in favore delle elezioni anticipate, abbiamo la responsabilità di governare questo Paese e non possiamo gettare la spugna solo perché Gianfranco Fini ha tenuto un comizio di grande rilevanza mediatica». Senza contare che spezzoni di ora in ora più consistenti dei gruppi parlamentari berlusconiani guardano con preoccupazione a un eventuale scioglimento anticipato che per molti rischia di equivalere a una perdita del seggio. Ce ne sono molti soprattutto al Senato, più a rischio, dove può avere un peso notevole anche la posizione assolutamente contraria alle urne confermata da Beppe Pisanu. Il quale ieri è tornato ad attacare «la manovretta di Tremonti» (a sua volta pronto ad assicurare che l’Europa non è preoccupata per la crisi in corso a Roma) ed è intervenuto anche sulla questione delle dimissioni di Fini per ricordare che «non è prassi costituzionale» l’ipotesi di una salita al Colle per chiedere la cacciata del presidente della Camera: «Non si vedono né infrazioni costituzionali né di tipo regolamentare». Assolutamente vero. Ma nel tormento che lacera la maggioranza tutto può succedere.
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