La pericolosa Corrida del duo B&B
di Giancristiano Desiderio [08 settembre 2010]
Conviene ricordare a beneficio nostro e per la memoria futura alcune cose come queste: il governo Berlusconi, tuttora in carica, gode della maggioranza parlamentare più ampia della storia repubblicana; anche se si parla spesso ma non volentieri di ribaltone non c’è alcuna possibilità di ribaltare alcunché perché il principale partito di governo è indisponibile a cambiare alleati o allargare la maggioranza: il “fuoriuscito” – che è stato “fuoricacciato” – ha accettato i cinque punti individuati dal presidente del Consiglio per rilanciare il governo e ha anche offerto un nuovo patto di legislatura. Dunque, verrebbe da dire, tutto è bene quel che finisce bene. Invece, a dispetto dei numeri della maggioranza e della lealtà politica di Fini, Bossi e Berlusconi chiedono che il presidente della Camera si dimetta, annunciano una loro visita al Quirinale e si muovono per tornare al voto. Al cospetto, la celebre Corrida di Corrado (dilettanti allo sbaraglio) era uno spettacolo di professionisti. Ci sono almeno ben cinque punti che Silvio Berlusconi farebbe bene a prendere in considerazione.
Primo. Fini parla a Mirabello con un discorso – come è stato riconosciuto da più parti – di ampio respiro e, al di là delle critiche al Pdl che “è morto”, si dichiara un cittadino legittimo del centrodestra e pronto a lavorare con lealtà per il governo. Il capo del governo, però, non dice una parola e l’unico che parla per dire “così non dura” è Umberto Bossi che fa la figura del vero capo della maggioranza e del cervello politico del governo.
Secondo. Dopo il discorso di Mirabello, Berlusconi e Bossi si vedono ad Arcore e decidono che è giunto il momento di incontrare il presidente della Repubblica. Non si capisce bene perché, ma i due insistono su questa linea.Tuttavia, dimenticano un particolare: chiedere al Quirinale di essere ricevuti per – si presume – illustrargli la situazione politica e istituzionale.
Terzo. Le cose che Berlusconi e Bossi dovrebbero dire al capo dello Stato hanno tutte un sapore surreale. Sia l’argomento della parzialità del presidente di Montecitorio, sia lo stato dell’arte politica nella maggioranza che va da Bossi a Fini non sono temi nei quali il presidente Napolitano possa effettivamente entrare. Il presidente della Camera può dimettersi per sua scelta, ma non può essere indotto alle dimissioni né dal governo né da un partito né dal presidente della Repubblica. È del tutto evidente che se i rapporti politici tra il centrodestra e Fini sono cambiati rispetto all’inizio della legislatura occorre che ci sia un chiarimento in seno al centrodestra, ma non si può di certo pensare di utilizzare pezzi dello Stato per distruggere altri pezzi dello Stato. Certo, Berlusconi può sempre rimettere il mandato che Napolitano gli ha conferito, ma a quel punto non può pensare che il presidente della Repubblica sia obbligato a sciogliere le Camere perché altri sono gli obblighi costituzionali di Napolitano.
Quarto. Non si è mai visto un governo che ha una ampia maggioranza ma chiede di andare al voto. Il dovere di Berlusconi oggi è governare e non andare al voto e, soprattutto, non può chiedere di andare al voto perché c’è qualcuno che non lo lascia governare. Berlusconi è in stato confusionale o lo finge molto bene. Ma a che pro?
Quinto. Perché Berlusconi si muove con il ministro delle Riforme? Motivi istituzionali non ce ne sono. I motivi sono tutti politici: Bossi ha in mano la maggioranza di governo. Berlusconi fa la solo la figura di chi cerca di trattenerlo. Un modo molto singolare di esercitare la leadership. Dopodiché ritiene di poter chiedere il voto anticipato come se avesse il potere di sciogliere le Camere commettendo due errori: non ha questo potere e se lo avesse lo eserciterebbe dietro comando di Bossi. In conclusione: l’unico modo ragionevole che Berlusconi ha per risolvere i problemi politici di una maggioranza pur esistente è quello di dimettersi per formare un altro governo. Ma per fare questo passo bisogna uscire dal dilettantismo e dal populismo.
